Cadeva in agosto in onore del Patrono della città, il Beato Agostino Novello, e si teneva due giorni a Termini Bassa e due giorni a Termini Alta. La sera della vigilia, scampanio festoso alla Parrocchia della Consolazione e poi una diecina di razzi.
La mattina, ancora razzi “gnusu” e poi un giro in quella parte della città della banda musicale. Alla marina, vi erano installate parecchie “logge” di venditori di torrone, “gelato di campagna”, biscotti, giocattoli, venditori ambulanti di calia e simenza ed altro.
Vi era aria di festa, ma molti negozi restavano aperti. Nel tardo pomeriggio vi era una animatissima corsa di barche, ognuna con quattro rematori, che destavano molto interesse ed entusiasmo nella folla che gremiva il litorale ed il porto.
La sera, passeggio animatissimo alla marina, dove la banda cittadina suonava fino a tardi nel palchetto stabile eretto a ridosso del muraglione della ferrovia a sinistra di Porta Marina.
Il secondo giorno era pressocché identico al primo, ma tutti erano vestiti a festa, le botteghe erano chiuse, l’animazione era più grande e, verso mezzanotte, cominciavano i giochi pirotecnici.
A Termini Alta il festino aveva maggiore rilevanza.
Non vi erano alberi e marciapiedi nel Piano del Duomo, e le “logge”, su due file, si estendevano dai marciapiedi della Società Operaia Paolo Balsamo fino alla via Castello, al Belvedere. La mattina non mancavano i razzi, e più tardi il giro della banda musicale nelle vie principali di “nsusu”.
Verso le dieci seguiva una funzione religiosa in Maggior Chiesa, con scampanio prolungato, e rilevante concorso di popolo; a sera, nella stessa Chiesa, si tenevano Vespri solenni.
La banda suonava sopra un palco eretto tra il municipio e la Chiesa di San Francesco, e sul tratto che da via Castello arriva a Porta di Caccamo si snodava un formicolìo di popolo che lentamente passeggiava.
Facevano affari d’oro í gelatai che ingaggiavano molti camerieri supplementari per servire il pubblico, ed era affollatissimo anche la loggetta del venditore di vasteddi càvuri (pagnotte calde). Costui, per la modesta sommetta di venti centesimi, dispensava muffuletta spaccati a metà con inserimento di ricotta, caciocavallo tagliato a fili e sughetto, se gli si chiedeva una schetta vastedda, e con ripieno di mèusa (milza) caciocavallo e sughetto se si preferiva una maritata. L’ultimo giorno era il clou del festino, che cominciava al solito. Seguiva una lunga cerimonia religiosa in Chiesa con panegirico, finito il quale cominciava la processione dell’urna argentea che conteneva il braccio del Beato Agostino.
L’affluenza del pubblico era considerevole e si diceva che “scasava tuttu Temmini” a significare che accorreva tutta la cittadinanza, rinforzata da molti “Trabioti” e da non pochi forestieri che erano stati invitati da amici Termitani. Ma l’evento spasmodicamente atteso erano i cussi i ggiannetti, le corse dei cavalli alle quali presenziavano molti anziani pescatori che venivano nsusu una volta l’anno solo per assistervi.
Il percorso si snodava dal Cimitero alla fine della Strada à Bbadìa, dove era teso il filo di lana che un addetto tingeva di rosso, per lasciare traccia sul petto del cavallo primo arrivato, e la strada stessa, che era basolata, veniva cosparsa di un abbondante strato di sabbia, per non fare scivolare i corsieri.
Lungo tutta questultima via, ai due lati dei marciapiedi erano stese delle corde dietro le quali si accalcava il pubblico. Venivano distribuiti dei volantini multicolori che descrivevano, corsa per corsa, i cavalli impiegati, per esempio: Baio di Balestrate con stella in fronte, morello di Cinisi con piede balzano, “sfaccialato” di Partinico, ed altre denominazioni del genere.
Alle sedici e quarantacinque i “giannetti” cominciavano a scalpitare sulla linea di partenza. Alle diciassette in punto si sparavano in rapidissima successione tre mortaretti, ed immediatamente dopo si udiva il nnigninì della campanella di un membro della deputazione delle feste, e da qui il comunissimo detto: tri ttummi e nnignnì.
I cavalli partivano velocissimi e quando giungevano in prossimità del muro di cinta del monastero di Santa Chiara, un altro scoppio di mortaretto faceva l’effetto di una frustata, ed i giannetti sfilittiàvinu per l’ultimo tratto del percorso.
Rotto il filo di lana i cavalli irrompevano nel Piano del Duomo, e siccome non erano montati, venivano acchiappati da certi animosi che, per mezza lira, tale era la solita retribuzione, rischiavano di venire travolti e pestati. Nel 1900 un cavallo che non si acciuffare, imboccò la via Cavalieri e andò ad ammazzarsi sbattendo contro il muro di una casa, immediatamente dopo il Cannolo Grosso, dove la strada fa una svolta.
Alla fine delle corse, mentre la gente cominciava a defluire, rifaceva tutto il percorso una carrozza sulla quale avevano preso posto i “deputati” della festa che, con il loro mezzo toscano in bocca, presentavano le loro soddisfatte fattezze agli astanti e ai numerosi occupanti dei balconi.
Al termine di questo spettacolo la gente si riversava in piazza e nel Piano del Duomo e ricominciava il passeggio, con la piena soddisfazione dei venditori di giocattoli, di dolciumi, di vasteddi e di sorbetti, e più tardi, verso le ventuno, cominciava il servizio musicale che si protraeva fino alle ore ventitrè e trenta, quando un razzo avvertiva che di lì a poco sarebbero cominciati i fuochi artificiali nel Piano del Belvedere.
Si cominciava con una diecina di girandole alle quali seguivano dei razzi che, scoppiando, lasciavano nell’aria ombrelloni di fiammelle multicolori discendenti; dopo di che veniva incendiata la mavara, cioè una grande prospettiva che disegnava generalmente la facciata di una chiesa.
Finiti i giochi pirotecnici seguiva un altro razzo per annunziare che tutto era terminato, ed allora la banda musicale attaccava la consueta arietta che la gente canticchiava come segue:
Vulemu i pìcciuli,
Vulemu i pìcciuli,
Vulemu i pìcciuli,
Tirà llà llà.
Tratto da Giuseppe Navarra “Termini com’era” a cura si Salvatore D’Onofrio , edizione GASM di Gaetano Schifano