di ROBERTA CRUCIATA
La fama di santità di Agostino Novello, Beato agostiniano sulle cui origini, verosimilmente siciliane, sono state tramandate nel corso dei secoli discordanti notizie, risale a pochi anni dopo la sua morte, avvenuta a Siena il 19 maggio 1309.
Ciò è evidente considerando la produzione artistica toscana e siciliana, e nello specifico quella senese e termitana, che lo riguarda, fiorente in un arco di tempo compreso tra il XIV e il XIX secolo.
La diffusione del culto di questo Beato e le origini della sua iconografia sono da ricondurre alla Siena di inizio Trecento: il riferimento è al dipinto Il Beato Agostino Novello e quattro suoi miracoli di Simone Martini che divenne in breve tempo il modello a cui guardò la successiva produzione artistica toscana e non solo
La devozione nei confronti del Beato Agostino fu molto sentita e viva per tutto il secolo e poi ancora nel successivo, mentre in Sicilia, e in particolar modo a Termini Imerese, cittadina della provincia di Palermo tra le località che nel corso del tempo ne hanno reclamato i natali, il culto nei suoi confronti ebbe un grande impulso nella prima metà del XVII secolo, in seguito all’arrivo in città, il 25 luglio 1620, di alcune sue venerate reliquie (ulna e radio) donate dal Granduca di Toscana Cosimo II de’ Medici.
A prescindere da quelli che furono i natali del Beato Agostino, è indubbio che a Termini nel corso dei secoli si sviluppò una produzione artistica molto vivace e articolata, fino al progressivo affermarsi di un’iconografia che, avendo alla base il modello fissato dall’opera senese di Simone Martini, ben presto si delineò con caratteri precisi e originali rispetto a quanto era stato precedentemente in Toscana. In questo contesto le arti decorative rappresentarono un efficace mezzo di propaganda funzionale alla diffusione di una devozione nei confronti del Beato soprattutto in quegli strati della popolazione poco o per nulla colti e meno agiati, e per questo più soggetti a disagi di varia natura e con una forte religiosità, a maggior ragione indirizzata a Beati o Santi di origine locale.

Simone Martini, Il Beato Agostino Novello e quattro suoi miracoli, Siena, Pinacoteca Nazionale
Secondo un’antica tradizione, il Nostro figurerebbe in abiti da guerriero in una porzione superstite della decorazione pittorica del soffitto ligneo della chiesa di Sant’Agostino a Palermo. Per il Corrao si tratta del “B. Agostino Novelli, poiché
1) porta in capo una corona principesca […] e questa esprime la dignità di Vicerè, conferitagli da Re Manfredi;
2) alla destra ha uno stemma gentilizio, significante la nobiltà del suo casato […];
3) alla sinistra una spada, che accusa la qualità di guerriero, per cui egli andò a combattere nella battaglia di Benevento a difesa del suo signore”.
Ora, si tratta di un’iconografia davvero particolare che non trova corrispettivi né in Sicilia né in Toscana, tesa a mettere in evidenza la nobiltà dei suoi natali e il periodo trascorso alla corte del re Manfredi prima della conversione. Soltanto un’eventuale precisa scelta della committenza in questo senso, volta a dare lustro alle origini del convento palermitano dove, secondo la tradizione, il Beato aveva preso l’abito agostiniano, potrebbe aiutare a spiegarla.
Ritornando all’arrivo, nel luglio del 1620, delle sacre reliquie del Beato Agostino nella città di Termini, non si hanno notizie circa la loro prima sistemazione. Successivamente furono collocate entro un’urna d’argento, opera del 1622 del celebre argentiere Michele Ricca Scrive Maurizio Vitella che “l’aver fatto eseguire la prima urna a questo argentiere palermitano conferma la grande devozione che i termitani nutrivano verso il loro Beato concittadino. Michele Ricca, infatti, documentato attivo dal 1614 al 1659, era uno dei migliori artisti attivi nel palermitano, impegnato a fornire varie suppellettili ai Padri Domenicani del capoluogo, ad approntare l’arca di San Gerlando per il Duomo di Agrigento e a “scolpire” la mazza capitolare per la Chiesa Madre della vicina Caccamo”.

Argentiere palermitano, 1735, Reliquiario ad urna del Beato Agostino Novello, Termini Imerese, Chiesa Madre San Nicola di Bari.
Purtroppo, non si hanno notizie di questa cassa argentea, che nella prima metà del XVIII secolo fu poi sostituita dal reliquiario ad urna a giorno in argento sbalzato e cesellato attualmente collocato alla sinistra dell’altare della cappella dedicata al Beato all’interno del Duomo termitano. Si tratta di un’opera realizzata nel 1735 a Palermo: l’urna presenta l’emblema del capoluogo siciliano, ovvero l’aquila a volo alto e la sigla RVP (Regia Urbs Panormi), e il punzone alfanumerico del console degli orafi e argentieri di Palermo AG735, che si riferisce ad Antonio Gullotta, documentato alla più alta carica proprio in quell’anno. Il reliquiario ad urna, a pianta quadrangolare con lati rettangolari e copertura piramidale, tipologicamente si può accostare ad altre tre opere, cronologicamente antecedenti, realizzate per la Maggior Chiesa di Termini: si tratta delle urne destinate ad accogliere le spoglie di Santa Candida, Santa Basilla e San Calogero romano.

Orafo senese, fine XVII-inizio XVIII sec., Reliquiario del Beato Agostino Novello, Siena, tesoro di Santa Maria della Scala
Anche il tesoro di Santa Maria della Scala di Siena custodisce un prezioso reliquiario contenente un dito del Beato Agostino Novello in argento sbalzato e cesellato, legno e vetro, opera di orafo senese di fine XVII-inizio del XVIII secolo, ma ancora fortemente legato a moduli stilistici seicenteschi
Ritornando al reliquiario ad urna di Termini, è d’interesse evidenziare come, a distanza di poco più di quattro secoli, nei due medaglioni laterali in cui compare a sbalzo il Beato Agostino la sua iconografia presenti alcune divergenze rispetto al canone fissato agli inizi del XIV secolo dall’opera di Simone Martini, di cui si dirà tra poco, con la quale continua a mantenere comunque uno stretto legame. Il suo volto è ancora circondato dall’aureola raggiata come nella tavola di Simone, ed egli ugualmente tiene il libro in mano, ma il suo attributo iconografico più tipico, ovvero l’angioletto sussurrante all’orecchio, è in questo caso raffigurato sotto forma di uccello. Colpiscono poi almeno altri due elementi: la chiave che il Nostro impugna con la mano destra, riferimento al libero accesso che durante la sua vita aveva avuto nei palazzi Apostolici che è del tutto estraneo alla cultura toscana, e che sarebbe diventato pressoché una costante nella produzione artistica siciliana del XVIII e del XIX secolo; e il teschio, su cui egli posa la mano sinistra.
E venendo all’opera del Martini, a cui si è più volte fatto cenno finora, essa faceva parte originariamente del complesso sepolcrale dedicato al Beato nella chiesa di Sant’Agostino di Siena, dove venne a costituirsi con forza il culto promosso dagli Agostiniani volto a fare di lui un nuovo patrono della città, in competizione con gli altri ordini mendicanti senesi.
Dunque, la prima iconografia del Beato Agostino Novello nasce si da esigenze devozionali e cultuali, ma risentendo indubbiamente della propaganda politico-religiosa portata avanti dagli Agostiniani senesi a favore del proprio Ordine, che in quegli anni aveva nel Nostro un esponente di spicco, dal forte carisma e di sicuro impatto sui fedeli. Il Beato, inserito in un contesto silvestre con alberi e uccellini variopinti a evocare la vita eremitica, è raffigurato in piedi con l’abito agostiniano. Colpisce, trattandosi di un Beato, la presenza dell’aureola dorata a circondare il volto.
Due i suoi attributi iconografici peculiari: l’angelo che gli sussurra all’orecchio, mentre lo indica con l’indice destro, e il libro rosso. Se l’angelo allude alla volontà divina, verosimilmente un riferimento all’ingresso del Beato nell’Ordine agostiniano dopo aver superato qualche remora, il libro con molta probabilità si riferisce al fatto che egli per tutta la sua vita seguì quanto indicato nelle Scritture, oltre ad essere anche un rimando al suo impegno profuso per la redazione delle Constitutiones dell’Ordine. Ai lati dello scomparto centrale troviamo invece quattro miracoli post mortem verificatisi per sua intercessione (un bambino morso da un cane; un bambino caduto da un’altana; un cavaliere caduto in un burrone; il figlio di Margherita e Minguccio Paganelli caduto dalla culla), “descritti con la duplice scansione degli ex-voto: il momento della tragedia con l’apparizione miracolosa del Beato e quello del rendimento di grazie”.
Continuando a considerare la produzione artistica del Trecento senese, la figura del Beato Agostino con la tipica iconografia fissata da Simone Martini sarebbe presente anche in un affresco dell’Ospedale del Santa Maria della Scala, segnalato dal Kaftal come un’opera della scuola di Pietro Lorenzetti. Ed ancora, il terzo affresco sulla parete sinistra del grande vano denominato Pellegrinaio, decorato sotto il rettore Giovanni di Francesco Buzzichelli (1434-1444), raffigura proprio il Beato Agostino che conferisce l’investitura al Rettore dello Spedale. Si tratta di un’opera del 1442 di Priamo di Pietro della Quercia, fratello dello scultore Jacopo, che narra un episodio verosimilmente mai verificatosi, di cui peraltro le vite del Beato non fanno cenno.

Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, 1445-1449 ca., Arliquiera (a sportelli chiusi), Siena, Pinacoteca Nazionale.
Pressappoco negli stessi anni, ritroviamo il Beato Agostino in una commissione per la nuova sacrestia dell’Ospedale, ovvero nello sportello esterno dell’Arliquiera di Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta eseguita tra il 1445 e il 1449 ca.
L’opera è composta, infatti, da due sportelli dipinti che originariamente chiudevano un vano a muro contenente diverse reliquie allora molto venerate, precedentemente custodite in un cassone posto ai piedi dell’affresco della Madonna del Manto di Domenico di Bartolo nell’omonima cappella; sul lato esterno è raffigurata una teoria di Santi e Beati senesi o comunque particolarmente legati alla città di Siena, tra i quali il Beato Agostino Novello nell’atto di donare l’abito al rettore dello Spedale, mentre sul lato interno troviamo Storie della Passione di Cristo. Dunque il Vecchietta, con una linea ancora decisamente goticheggiante che si staglia sul fondo aureo, a sottolineare ancora di più l’alone di sacralità dei personaggi rappresentati, ripropone la medesima iconografia già riscontrata nell’affresco del Pellegrinaio di Priamo della Quercia, evidentemente seguendo quanto richiesto espressamente dalla committenza che, peraltro, per le due opere è identica.
Il fatto che Agostino sia presente contestualmente ai quattro Santi Patroni di Siena e a Santi o Beati fortemente legati alla città e alla storia dell’Ospedale sottolinea come ancora alla metà del XV secolo il suo culto fosse decisamente radicato e diffuso, soprattutto per il ricordo della sua attività assistenziale a favore degli ammalati, dei pellegrini e dei bisognosi nonché di quella organizzativa svolta all’interno del Santa Maria della Scala.
In considerazione delle opere che ci sono pervenute, appare comunque evidente come già a partire dal XVI secolo in qualche modo si attenui progressivamente la “fortuna” del Beato Agostino: la questione è senza dubbio da mettere in relazione con l’affermarsi del culto particolarmente forte e sentito nei confronti di San Bernardino e Santa Caterina, canonizzati rispettivamente nel 1450 e nel 1461. Inoltre, a differenza dei cosiddetti Santi o Beati novelli, Agostino non poteva neppure vantare natali senesi, e questo ritengo che col passare del tempo abbia influito e non poco. Non a caso, in una serie di tredici dipinti del XVII secolo conservati nella Sagrestia della Società di Esecutori di Pie Disposizioni del Santa Maria della Scala, accanto ai vari Beati “autoctoni” Pietro Pettinaio, Ambrogio Sansedoni, Andrea Gallerani, Giovanni Colombini, Gioacchino dei Serviti, Franco da Grotti, etc., il Nostro non figura.
Lo ritroviamo, invece, in un dipinto di inizio Settecento dell’Eremo di Lecceto, dove egli appare entro un tondo in atteggiamento benedicente e a mezzo busto; sotto di lui si trova un cartiglio, che lo indica come Beato Agostino Novello da Terano. Contestualmente sono presenti altri trentadue Beati agostiniani che circondano il Cristo crocifisso che si trova al centro della tavola, conosciuta come l’Albero genealogico della santità fiorita a Lecceto. I personaggi rappresentati sono dunque trentatré, come gli anni di Cristo quando morì sulla croce, e la loro presenza nell’opera si giustifica come “discendenza” del sangue del Redentore, nel cui nome vissero esemplarmente le loro vite terrene. D’altra parte, il Beato Agostino Novello doveva figurare in diverse opere dell’Eremo di San Leonardo al Lago, purtroppo non pervenuteci.

G. Silini, 1755, Il B. Agostino Novello, Siena, Chiesa di Sant’Agostino.
Ἑ del 1755 una statua in stucco che si trova nella chiesa di Sant’Agostino di Siena, prima opera nota dello scultore Giuseppe Silini, che si fa apprezzare per il senso di moto impresso alla figura stante e per l’arioso panneggio dell’abito del Beato
La realizzazione della statua, collocata tra il secondo e il terzo altare della navata destra, è da mettere in relazione con il rifacimento neoclassico della chiesa da parte dell’architetto napoletano Luigi Vanvitelli, dopo il grave incendio del 1747. Ai fini del nostro discorso, colpisce nell’opera la presenza del teschio, con il quale Agostino in atteggiamento estatico sembra instaurare un muto colloquio. Si tratta di attributo iconografico insolito e non documentato in ambito toscano prima di questo momento, presente invece, come già visto, in un’opera siciliana pressoché coeva, ovvero nei medaglioni laterali dell’urna reliquiaria del 1735 di Termini Imerese.

V. La Barbera (attr.), 1620 ca., Il Beato Agostino Novello, Termini Imerese, Chiesa Madre San Nicola di Bari.
E rimanendo in Sicilia, il dipinto più antico tra quelli custoditi a Termine Imerese che riguarda Agostino Novello è attribuito al pittore e architetto termitano Vincenzo La Barbera, verosimilmente realizzato intorno al 1620 in occasione delle solenni celebrazioni per la traslazione delle reliquie del Beato dalla città di Siena
L’opera codifica una rappresentazione che innesta sul modello simoniano degli elementi iconografici che in Sicilia, nei secoli successivi, sarebbero poi divenuti delle vere e proprie costanti: la chiave aurea, simbolo degli importanti incarichi pontifici da lui rivestiti, e il giglio, emblema della purezza di spirito.
Non a caso il dipinto, che si rifà a schemi ancora chiaramente novelleschi e ad esperienze “a lume di notte” di ascendenza fiamminga non estranei alla formazione del pittore, raffigura il sant’uomo nel momento del trapasso, con l’abito agostiniano e il crocifisso nella mano sinistra; alla sua destra compare l’angelo che sembra quasi prenderlo per mano e guidarlo verso la Vergine e Cristo che si trovano nella parte superiore della tela. Ad assisterlo nel suo deliquio sono poi anche alcuni confratelli in preghiera, uno dei quali intento a leggere un libro di requiem, e Sant’Agostino e Santa Monica, ai quali la Vergine ha appena donato la cintura, secondo un’iconografia molto diffusa nella Sicilia dell’epoca; in basso a sinistra sono raffigurati due angioletti, uno dei quali ha nella mano destra il giglio, attributo iconografico del Beato.
Nella Chiesa Madre di Termini si trovano poi alcune opere che raffigurano episodi della vita del Beato, o comunque rappresentano simbolicamente momenti importanti nella sua esistenza terrena, evidentemente su precisi dettami della committenza. Nella cappella proprio a lui intitolata sono conservati due affreschi staccati di ignoto pittore siciliano del XVIII secolo. Il primo si riferisce alla consegna della chiave apostolica da parte del Papa Niccolò IV. L’altro affresco narra un episodio verificatosi nel 1300 durante il Capitolo generale dell’Ordine degli Eremitani convocato a Napoli dal Nostro, nel corso del quale egli rinunciò alla carica di Generale dell’Ordine che ricopriva da appena due anni. Secondo la tradizione, in quell’occasione “nonostante gli attestati di stima di Carlo II, che donò agli Agostiniani la testa di S. Luca Evangelista, e le suppliche dei capitolari, che per giorni si rifiutarono di dargli un successore, A. si svincolò dalle cure del generalato”.
L’affresco in questione proprio ricorda proprio il momento in cui il sovrano sta per consegnare nelle mani di Agostino la sacra reliquia. Ed ancora, si segnalano le due tele del pittore palermitano Tommaso Pollace firmate e datate 1784, collocate ai lati dell’altare di San Nicola di Myra, nel lato destro del transetto della chiesa Madre termitana: Il Beato Agostino Novello che riceve la chiave apostolica da Papa Nicolò IV e Il Beato Agostino Novello che consegna la veste religiosa ad un guerriero.
Ciò che appare evidente considerando la produzione artistica che riguarda il Beato Agostino Novello dalla seconda metà del XVIII secolo e poi per tutto il XIX nella città di Termini è il fatto che si afferma presso la committenza, rappresentata esclusivamente dagli ordini religiosi, la tendenza a raffigurarlo in una maniera che potremmo definire intimista e raccolta, che lo vede all’interno di una stanza in compagnia dell’angelo di ascendenza simoniana che ora è sempre di dimensioni naturali. Il giglio, la chiave e il libro sono i suoi immancabili attributi iconografici, i primi due, come visto, tipici della produzione artistica siciliana a partire dalla prima metà del Seicento, l’ultimo invece ben più antico e di derivazione toscana. Ne sono un esempio il dipinto settecentesco custodito nella sagrestia della chiesa di San Carlo Borromeo.

Ignoto pittore siciliano, XVIII sec., Il Beato Agostino Novello, Termini Imerese, Chiesa di San Carlo Borromeo.
Attributi che non a caso ritroviamo nell’opera firmata dal pittore Giovanni Bonomo di Caccamo e datata 1735, proveniente dalla chiesa di Maria SS. della Misericordia di Termini e oggi al Museo Civico “Baldassare Romano” della stessa città. La tela vede la presenza del Beato Agostino Novello tra i Santi Calogero, Marina e Rosalia nell’atto di intercedere, insieme alla Vergine Maria, in favore della città di Termini. La raffigurazione del Beato Agostino ricalca molto da vicino quella dell’urna reliquiaria in argento già considerata in precedenza, realizzata peraltro nello stesso anno.
Nello stesso periodo, Giovanni Bonomo dovette probabilmente realizzare anche un’altra opera in cui compare il Beato secondo un’iconografia che non ha precedenti, dipinto che fu commissionato dalla Congregazione dei preti assistenti i moribondi che aveva sede nella chiesa di Santa Maria della Consolazione di Termini, dove tutt’oggi l’opera si trova oppure la tela realizzata dal termitano Francesco Ciresi, probabilmente nei decenni centrali del XIX secolo, su commissione dei Padri Cappuccini ed oggi nella sagrestia della chiesa di San Girolamo. Ed ancora il dipinto di Andrea Sottile custodito gelosamente dalle Clarisse nella chiesa di San Marco Evangelista in cui il Beato è raffigurato seduto ad un tavolo, intento questa volta a scrivere il libro, esplicito riferimento alla sua partecipazione alla redazione delle Costituzioni dell’Ordine Agostiniano.

A. Sottile, XIX sec., Il Beato Agostino Novello, Termini Imerese, Chiesa di San Marco Evangelista del Monastero di Santa Chiara.
Roberta Cruciati
Tratto da OADI – Rivista per l’osservatorio per le arti decorative in Italia